STORIA E CULTURA |
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| Storia | Musei | Chiusi Sotterranea | Chiese | |
Chiusi
è considerata dalle fonti latine una delle più antiche
città etrusche . Lo storico Servio afferma che fu fondata dall’eroe Cluso, figlio del principe lidio Tirreno, che secondo Erodoto guidò la migrazione all’origine della nazione etrusca, o di Telemaco, figlio di Ulisse. Chiusi divenne una delle principali città della dodecapoli etrusca nell’avanzato VI secolo a.C., periodo in cui si realizzarono i primi contatti con Roma. Alla fine del VI secolo a.C. risale l’impresa del lucumone chiusino Porsenna, che assediò Roma e probabilmente la conquistò. La ricchezza di Chiusi era soprattutto legata alla fertilità del suolo di natura alluvionale ed alla sua posizione strategica lungo un’importantissima arteria commerciale: risalendo il Tevere attraverso la Chiana, che a quell’epoca era navigabile e sfociava nel Tevere, ci si immetteva nel Valdarno. Attraverso le valli dell’Astrone, dell’Orcia e dell’Ombrone Chiusi era collegata con i centri della costa, in particolare con Roselle, che alcuni studiosi considerano il suo sbocco al mare. Nel III sec. a.C. la città fu progressivamente assorbita nell’egemonia romana. Durante il II secolo fu profondamente coinvolta nella questione sociale, che sconvolse tutta l’Etruria centro-settentrionale, partecipando in notevole misura al fenomeno della liberazione dei servi. Dopo essere stata occupata dai Goti nel 540 d. C., Chiusi divenne sede di un ducato longobardo, documentato fino al 776. Dall’ XI secolo il potere della città rimase saldamente nelle mani del suo vescovo, ma già nel secolo successivo dovette sottostare alle influenze prima orvietane e poi senesi. In questo periodo avvenne il consolidamento del comune di Chiusi ed il suo inglobamento nello Stato di Siena del quale, salvo sporadiche parentesi, seguì la sorte. |
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| Centro Storico | ||||
Ben
poco si conosce della struttura della città in epoca etrusca e
romana*, perché neppure i rinvenimenti più recenti, per
quanto significativi, sono sufficienti a ricostruirne la fisionomia urbana:
il cardo massimo doveva corrispondere all’asse costituito da via
Lavinia, via Baldetti ed un tratto di via Porsenna, mentre risulta più
difficile identificare il percorso del decumano massimo, che doveva collegare
via Porsenna con via Nardi Dei; il foro doveva essere forse situato nell’attuale
piazza XX Settembre. Con l’occupazione longobarda (590 d. C.), la vecchia pianta della città etrusco-romana, divisa dal cardo e dal decumano in “Quartieri”, subisce una trasformazione. In questo periodo tre diverse popolazioni dovettero coabitare in qualche modo all’interno delle mura cittadine, caratterizzando così tre zone, denominate “Terzieri”: S.Maria de Clusio (zona etrusca e dei nobili), S.Angelo (zona romana e della plebe), S.Silvester de Clusio (zona longobarda e dei magistrati). |
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| Ulteriore approfondimento | ||||
| I palazzi – le mura | ||||
Palazzi
Il Palazzo delle Logge: Le mura Nei pressi della Fortezza, o Rocca, del
secolo XII, oggi proprietà privata, recenti scavi hanno portato
alla luce interessanti tratti della cinta muraria della città (prima
metà del III secolo a.C.). I resti più cospicui sono stati
individuati all’esterno della Rocca. |
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| MUSEI | ||||
| Il Museo Archeologico Nazionale | ||||
| Il Museo della Cattedrale | ||||
Il
Museo della Cattedrale accoglie numerosi e pregevoli beni storico-artistici
dell’Opera del Duomo di San Secondiano che testimoniano la presenza
e la crescita della comunità cristiana di Chiusi. |
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| L’esposizione | ||||
I
sezione: si trovano in questa parte del museo, conservata nei locali adiacenti
il Duomo, a piano terreno, materiali lapidei ed epigrafi provenienti dal
Duomo e dalla distrutta Basilica di Santa Mustiola. Accanto ad importantissimi
reperti altomedievali, tra cui spiccano il pavimento in mosaico emerso
nella zona presbiteriale di San Secondiano durante gli scavi degli anni
Settanta e riferibile ad un edificio risalente al periodo compreso tra
la fine del IV e l’inizio del V secolo, sono esposti materiali venuti
alla luce nelle catacombe di Santa Mustiola e Santa Caterina (lucerne,
frammenti ceramici, di vetro e calchi di epigrafi). Nella prima sala del
museo sono conservati anche alcuni materiali di età imperiale romana
tra cui si segnalano un’urnetta cineraria marmorea di età
augustea ed alcuni frammenti di un grande sarcofago, anch’esso in
marmo con scena di battaglia contro i barbari, databile tra la fine del
II e l’inizio del III secolo d.C. II sezione: sono in essa conservati paramenti liturgici, argenti, sculture in legno ed avorio, dipinti di epoca compresa tra il XV ed il XIX secolo con i relativi manufatti eterogenei. Spiccano tra essi due cofanetti partareliquie, databili al secolo XV, in legno ed avorio. Ai primi del Seicento risale il reliquiario, a busto, in legno intagliato, di Sant’Ireneo, giovane diacono e martire contemporaneo di Santa Mustiola. III sezione: è dedicata alla collezione di 21 preziosi codici miniati del XV secolo provenienti dal’Archicenobio di Monteoliveto Maggiore (Asciano – Siena), da dove furono trasferiti nel 1818 per volontà del vescovo Giuseppe Pannilini. La copia dei volumi venne affidata al monaco olivetano Alessandro da Sesto Milanese, autore di molte delle lettere filigranate che nei manoscritti scandiscono il ritmo del testo, individuandone le parti più importanti.Alla decorazione dei codici fu chiamato, tra gli altri, uno dei più rinomati e richiesti pittori senesi, Sano di Pietro, già allievo del Sassetta. Al termine della galleria ove sono esposti i libri di coro di Monteoliveto Maggiore, si giunge alle sale dove sono conservati i dipinti provenienti da Chiusi e dall’antica diocesi. Non è noto se sia appartenuta all’antico arredo di una cappella della Cattedrale la pala raffigurante la Madonna col Bambino in trono tra San Giacomo e Sant’Andrea, attribuita a Girolamo di Benvenuto (Siena 1470-1524), figlio del più noto Benvenuto di Giovanni. Riferibile ancora allo stesso autore è una piccola tavola raffigurante la Madonnna col Bambino in trono, che fu custodita nella chiesa di San Francesco a Cetona. Altro esemplare quattrocentesco di notevole qualità, proveniente anch’esso dal convento francescano di Cetona, è la Madonna col Bambino attribuita a Sano di Pietro. Tra i dipinti spicca l’unica grande scultura lignea policroma, il Crocifisso, ora visibile soltanto come Cristo in pietà, di probabile manifattura toscana tra Tre e Quattrocento, prima collocata nella chiesa parrocchiale di Macciano di patronato della famiglia Ottieri della Ciaja. Il primo Cinquecento è rappresentato dalla tavola, attribuita alla luce di recenti studi al pittore senese Marco Bigio, della Madonna col Bambino tra Santa Mustiola e San Felice, alterata da restauri passati, proveniente forse dalla Basilica di Santa Mustiola. Tra gli arredi sacri provenienti dal territorio diocesano, notevole è la rara e preziosa croce reliquiario (stauroteca), in rame dorato, datata 1436, arricchita da pietre dure e pergamene seicentesche sul verso, di certo riconducibile ad una bottega orafa senese, forse da riferire addirittura a Goro di Ser Neroccio (Siena 1387, post 1456). |
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| Museo Civico – Sezione epigrafica | ||||
| Allestita
in suggestivi locali sotterranei di epoca etrusca, la sezione epigrafica
del Museo Civico di Chiusi nasce per illustrare uno degli aspetti salienti
della cultura di Chiusi etrusca. Nel periodo compreso fra gli ultimi decenni del III secolo a.C. e l’età di Augusto le necropoli di questa città hanno restituito ben 3000 iscrizioni (fra etrusche e latine): un patrimonio che non ha paragoni in Italia e nell’intero mondo classico, neppure in città di dimensioni ben più consistenti. Attraverso le epigrafi conosciamo i nomi di una porzione della società chiusina che si aggira fra il 5 e il 10% del totale, e che quindi permette di ricostruire una vera e propria anagrafe dei cittadini e capire la storia di numerose famiglie, seguendo così i mutamenti della loro posizione sociale e i rapporti che intrecciano fra di loro. Si tratta di uno spaccato molto vivido, che va a documentare in modo diretto gli eventi che coinvolgono un corpo civico in un momento molto delicato della storia della società dell’Italia romana, quello compreso tra la guerra annibalica e la fine della repubblica. |
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L’enorme
estensione della produzione epigrafica chiusina viene illustrata anche
visivamente dalla scelta di esporre un grande numero di oggetti iscritti:
circa 500 fra urne cinerarie e tegole destinate alla chiusura delle porte
delle camere funerarie o dei nicchiotti scavati nelle pareti dei corridoi
d’accesso alle camere. La sfida museografica rappresentata da una
esposizione di iscrizioni è stata affrontata collocando il materiale
in ambienti molto suggestivi, quali quelli rappresentati dai cunicoli
di origine etrusca che attraversano il sottosuolo di Chiusi. Le particolari
condizioni ambientali, pur ottimali per la conservazione del materiale
archeologico, in quanto assolutamente costanti nel corso dell’anno,
sono però quasi proibitive per i materiali normalmente impiegati
negli allestimenti museali: di qui la necessità di sperimentare
soluzioni adeguate, tanto per l’apparato didattico, quanto per i
sostegni dei materiali archeologici.
L’apparato illustrativo, interamente bilingue, è stato strutturato in modo piuttosto diverso rispetto alle soluzioni preferite dai criteri museografici correnti; infatti, invece di usare pannelli di formato tradizionale, si è preferito suddividere i testi di presentazione dei vari gruppi di materiali su numerosi supporti di piccole dimensioni, collocati nei punti più opportuni lungo il percorso espositivo. Ogni singolo oggetto, inoltre, è accompagnato da un cartellino di grandi dimensioni, che contiene una descrizione più completa possibile; in questo modo, il visitatore può essere compiutamente informato su qualunque elemento possa aver attratto la sua attenzione. I materiali |
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| SITI ARCHEOLOGICI | ||||
| Le necropoli | ||||
| I
luoghi che gli Etruschi riservarono ai loro morti occupano le colline
che fanno da cintura all’attuale abitato. Qui, nelle campagne coltivate
e nei boschi, nel corso dei secoli e soprattutto nell’Ottocento,
furono riportate alla luce oltre un migliaio di tombe, per lo più
di famiglia, a camera. Le sepolture sono scavate nella morbida pietra
arenaria, la quale, se permise di riprodurvi persino le strutture lignee
delle case e di dipingerne le pareti, ne ha tuttavia facilitato il degrado,
per la sua scarsa consistenza, tanto da rendere opportuno limitare l’accesso
ad alcuni ipogei più famosi. Le necropoli etrusche di Chiusi, si
rivelano frequentate in un arco temporale che ininterrottamente va dal
IX al I secolo a.C.
Tomba della Scimmia – 480-470
a. C. *(condizioni di visita) Tomba del Leone – 510 a.C.
- età ellenistica *(condizioni di visita) Tomba della Pellegrina –
utilizzata dal IV al II sec. a.C. *(condizioni di visita) Necropoli di Poggio Gaiella
– utilizzata tra la fine del VII ed il II-I sec. a.C. (visitabile
– di proprietà privata) Tomba del Colle – 470-460
a. C. (chiusa per motivi di tutela) Tomba della Tassinaia –
II sec. a.C. (visitabile – di difficile accesso, proprietà
privata). Tomba del Granduca – II
sec. a.C. ( visitabile – di proprietà privata) Tomba di Vigna Grande e Tomba Galeotti
– II sec. a.C. (visitabili, di proprietà privata). Tomba dell’Iscrizione Catacombe La Catacomba di Santa Caterina |
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Il
cimitero di maggiori dimensioni è costituito da un ambulacro dal
quale si dipartono due gallerie e tre diramazioni secondarie con arcosoli. Il vestibolo presenta all’entrata stipiti, architrave e soglia di travertino con un foro, in cui ruotava il cardine della porta in pietra. Gli scavi ottocenteschi hanno portato alla luce alcuni elementi architettonici, parzialmente reimpiegati nel secolo scorso nei lavori di consolidamento delle volte, e una grande urna di travertino ornata con due fasci con al centro una figura maschile togata, forse da riconoscere con un magistrato supremo di Chiusi. Le sepolture occupano interamente le pareti delle gallerie, con arcosoli allineati e tombe chiuse da tegole. Raramente sulla parete di fondo degli arcosoli si trovano piccoli loculi per sepolture di defunti in età infantile e talvolta alcune tombe sono scavate alla base dell’arcosolio stesso, sigillate con embrici posti verticalmente. Durante le ricerche del secolo scorso vennero trovati degli accumuli di terra, alcuni vasi fittili, piccoli unguentari e numerose lucerne riconducibili complessivamente ai tipi delle Firmalampe databili tra la seconda metà del II e il III secolo. Le testimonianze epigrafiche della catacomba di Santa Caterina scoperte nel secolo scorso consistono in una ventina di iscrizioni, delle quali soltanto alcune sono graffite nella parete degli arcosoli. Le epigrafi recano costantemente la formula dedicatoria ai Dii Manes, testimonianza che la catacomba fu cimitero di pagani e di cristiani insieme. Sicuramente cristiane sono le epigrafi che riportano l’indicazione della depositio e della data di morte del defunto. Tre iscrizioni menzionano la eminente famiglia chiusina dei Gellii, di cui sono noti i legami parenterali con l’altra importante gens dei Fonteii, la quale ebbe la tromba familiare proprio a Santa Caterina. |
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| La catacomba di Santa Mustiola | ||||
Nel
pieno III secolo cominciò ad essere utilizzata la catacomba di
Santa Mustiola, molto più vasta rispetto
ai due cimiteri ipogei di Santa Caterina e pertinente ad una comunità
ormai pienamente cristiana, come testimoniano le iscrizioni recanti la
formula B(onae) M(emoriae), ormai subentrata al Diis Manibus di Santa
Caterina. La catacomba, rimasta occultata per secoli, venne casualmente alla luce nel Seicento e rimase incustodita per circa duecento anni, nel corso dei quali si verificarono spoliazioni di lapidi e di lucerne, nonché atti vandalici di vario genere. |
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La
figura di Mustiola, sulla cui storicità
non sembra che esistano dubbi, probabilmente fu martirizzata durante la
cruenta persecuzione di Valeriano del 257-258, durante la quale furono
attuati provvedimenti contro l’aristocrazia cristiana a cui apparteneva
la Santa. Le indicazioni relative al luogo di sepoltura della martire
sono piuttosto generiche. Secondo una tradizione locale, le spoglie di
Mustiola sarebbero state deposte nella catacomba e solo successivamente
traslate nella basilica soprastante. Questa ipotesi è comunque
tutta da verificare: nessuna evidenza di sepolcro venerato infatti conferma
una primitiva inumazione di Mustiola nelle gallerie cimiteriali; la tradizionale
identificazione della sua tomba con un sepolcro a baldacchino si basa
unicamente su una certa monumentalità di questa struttura. |
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Basilica
di Santa Mustiola |
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| Il
monumento più importante della Chiusi longobarda fu senza dubbio
la basilica di Santa Mustiola, completamente distrutta nel 1784, al tempo
del vescovo Pannilini. Recentemente l’area dove sorgeva la basilica, di cui non restano che pochissime tracce, è stata oggetto di scavi archeologici condotti dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Sorta extra moenia, sopra l’omonima catacomba cristiana, probabilmente fu edificata nel corso del V secolo, quando il cimitero sottostante veniva abbandonato come luogo di sepoltura. Fu totalmente riedificata nell’VIII secolo, come testimoniano alcune lapidi iscritte, che esaltano l’impresa del dux longobardo Gregorio, committente dell’opera edilizia avviata tra il 728 e il 729. La basilica doveva essere divisa in tre navate, ridotte ad una nel XVII secolo. I lavori, affidati ad artigiani locali dal dux Gregorio, portarono alla realizzazione di un ciborio in marmo, in sostituzione del precedente altare in legno. La tomba di Santa Mustiola doveva essere collocata dietro l’altare maggiore, come si rileva dal verbale di riesumazione avvenuta nel 1474. La presenza a Chiusi di due edifici di pari importanza, quali il Duomo di San Secondiano e la Chiesa di Santa Mustiola, ubicati all’interno ed all’esterno delle mura, può far supporre una diversificazione della destinazione: l’una chiesa cattolico-romana, l’altra per i cristiani di confessione ariana. Alcuni materiali lapidei Museo della Cattedrale ed in San Secondiano contribuiscono a gettare luce sulle vicende della basilica e le poche notizie relative alla sua struttura si possono ricavare da fonti iconografiche: una stampa del XVII secolo e un ex-voto dipinto su tela del 1644 mostrano una chiesa suburbana molto semplice, affiancata a destra da un alto campanile, mentre da una veduta di Chiusi del Ruggeri (metà XVIII) è possibile avere una vaga idea dell’impianto architettonico della chiesa, alcuni decenni prima della sua totale demolizione. |
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Come
tutti gli spazi funerari dell’antichità, era situata fuori
dell’area urbana, lungo una strada che scendeva a valle per proseguire
poi verso Perugia. Scavata alle pendici di una collina, a circa un miglio
dal centro urbano, attualmente la catacomba è accessibile da una
scalinata che conduce ad un duplice ingresso: il primo aperto durante
gli scavi seicenteschi e monumentalizzato da un’esedra nel secolo
scorso, il secondo, l’ingresso antico, preceduto da una scala che
ha sostituito l’originale dromos. Il settore più antico della catacomba, presso l’ingresso originario, è stato fortemente manomesso dalla costruzione di una basilichetta. Si può ipotizzare l’esistenza di un primitivo vestibolo d’ingresso, simile a quello dell’ipogeo di Santa Caterina, anche se la possibilità di un ambiente preesistente al cimitero cristiano è ancora da verificare. Le tombe sono in prevalenza arcosoli, contrariamente alla consueta preponderanza di loculi che costituiscono il tipo di sepoltura più frequente nelle catacombe. Della suppellettile rinvenuta nella catacomba sono conservati attualmente presso il Museo della Cattedrale frammenti di recipienti in ceramica e vetro. La totale assenza di decorazioni pittoriche o scultoree e l’uniformità dei sepolcri sembra rimandare ad un ambiente soiciale omogeneo. Sul fondo della basilichetta è visibile una cattedra in muratura, frutto di pesanti rimaneggiamenti moderni che rendono difficoltosa la ricostruzione della struttura originaria. Di fronte alla cattedra è situato un altare, la cui mensa, moderna, è sorretta dal cippo sepolcrale di M. Iuventius Dionysius. Molto ricco il materiale epigrafico, consistente in una quarantina di testi, fra iscrizioni lapidarie ed epigrafi graffite direttamente sulla roccia presso gli arcosoli, generalmente sul bordo esterno della nicchia di coronamento; queste ultime presentano formulari estremamente semplici ed una grafia irregolare, con lettere atipiche e disarticolate, denotando una committenza di livello sociale più modesto. La stessa impressione si rileva dai caratteri dell’onomastica: in queste epigrafi prevale il solo cognomen, rispetto ai duo nomina che ricorrono nelle iscrizioni su marmo. Generalmente i formulari attestati nelle iscrizioni graffite, quasi sempre brevi, registrano semplicemente il nome del defunto accompagnato dalle espressioni depositio, depossio, d, deposita est, positus est… e talvolta dalla data di deposizione. Più articolate le epigrafi incise su lastre di marmo, quasi sempre di piccole dimensioni, in cui si menziona il nome del defunto, quello del dedicante, gli anni di vita vissuti, la data di morte, oltre alle consuete espressioni di affetto. Ben poco si può ricavare delle componenti sociali del cimitero dai dati epigrafici, se si eccettuano alcuni riferimenti ad esponenti del clero. All’anno 322 risale con certezza la lastra funeraria del vescovo L.Petronius Dexter. |
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| CHIUSI SOTTERRANEA | ||||
| Il
sottosuolo del centro storico è attraversato da una fitta rete
di cunicoli etruschi, collegati con antichi pozzi e cisterne e spesso
riadattati, nel corso dei secoli, a magazzini e cantine dei palazzi soprastanti.
La funzione originaria di questo reticolo di gallerie, presenti anche
in altre città di origine etrusca, era probabilmente quella di
garantire il drenaggio e l’approvvigionamento idrico dell’abitato.
A Chiusi la visita a questo complesso sistema sotterraneo offre anche le suggestioni legate alla leggenda di Porsenna *, che la tradizione vuole “sub urbe Clusio”. |
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| La leggenda del Mausoleo di Porsenna | ||||
La descrizione del mausoleo del re chiusino Porsenna ci è stata
tramandata da Plinio sulla base di una testimonianza indiretta di Varrone:
il monumento era costituito da una base parallelepipeda in muratura di
novanta metri di lato, entro la quale era realizzato un labirinto inestricabile.
Sopra di esso si trovavano cinque piramidi, una al centro e quattro agli
angoli, sulla cui sommità erano applicata quattro cornici a tesa
di bronzo da cui pendevano delle campane, appese a catene, che suonavano
col vento. Su ciascuna delle cornici erano costruite altre quattro piramidi,
che sostenevano a loro volta una piattaforma con altre cinque piramidi.
Il mausoleo di Porsenna attirò l’attenzione degli studiosi
fin dal XV secolo e nel secolo scorso si è creduto di individuarlo
nei cunicoli presenti nel sottosuolo della città. Un altro monumento
identificato con il sepolcro del re chiusino è il tumulo di Poggio
Gaiella, le cui tombe sono collegate tra di loro da una serie di cunicoli.
L’interesse per la sepoltura di Porsenna non è scemato con
i secoli e tuttora è oggetto di ripetute segnalazioni da parte
di studiosi ed appassionati di storia locale. |
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| “Labirinto di Porsenna” e la cisterna etrusco-romana | ||||
| Al
Museo della Cattedrale è stato annesso il percorso archeologico
dei cunicoli sotterranei etruschi che sono stati oggetto di restauro,
rinforzi e pulizia, interventi diretti a renderli fruibili ai visitatori
nel rispetto della loro struttura originaria. |
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Dall’area
archeologica dell’Orto Vescovile, dove si trovano importanti resti
di mura cittadine, il percorso museale prosegue attraverso uno dei “pozzi”,
in quello che si pensava fosse il mitico “labirinto di Porsenna”,
che, secondo la leggenda aveva al centro la tomba del Lucumone. Questo cunicolo, che si snoda per 150 metri a 10 metri di profondità, fa parte di un fitto intersecarsi di gallerie che attraversano il sottosuolo chiusino, scavate a livelli diversi nella collina di tufo arenario e tischio e collegate con la quota dell’insediamento urbano mediante pozzi di luce e cisterne a bottiglia, che probabilmente servivano allo smaltimento, drenaggio e approvvigionamento dell’acqua. Il percorso del cunicolo raggiunge una cisterna etrusco-romana a pianta circolare, di diametro di oltre sei metri e di altezza di circa otto metri, con doppia volta a botte in blocchi di travertino, sostenuta da un pilastro centrale rettangolare dello stesso materiale, ascrivibile al I secolo a. C. La cisterna, posta sotto la piazza della Cattedrale, quasi in asse con la torre campanaria, era adibita alla raccolta delle acque. Il percorso museale continua poi all’interno della torre campanaria, costruita nel XII secolo con materiale recuperato da edifici etruschi ed altomedievali, originariamente destinato a struttura difensiva della città e poi trasformato in torre campanaria mediante la costruzione della cella in laterizi ed angolate in pietra nel 1585. |
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| I cunicoli del “Laghetto” di Fontebranda” | ||||
| Negli
ultimi anni il “labirinto” dei cunicoli sotterranei è
stato oggetto di ulteriori scavi e lavori di ripulitura, che hanno permesso
di arricchire l’itinerario con un nuovo percorso, all’interno
del quale è stata allestita la sezione epigrafica ( link) del museo
civico. Da questo segmento della rete dei sotterranei è visibile un ‘laghetto’ posto alla profondità di 28 metri sotto il piano stradale. Tale bacino idrico, profondo circa 5 metri e capace di raccogliere oltre 2000 metri cubi di freschissima acqua, in origine era usato come cisterna e per lo stesso scopo fu sfruttato in epoca romana. |
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| LE CHIESE | ||||
| La Cattedrale di San Secondiano | ||||
La
Cattedrale di San Secondiano è collocata su un’area dove,
tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, sorgeva una grande basilica
cristiana, gravemente danneggiata nel corso della guerra goto-bizantina
del VI secolo. Nel breve periodo di tranquillità che precedette l’arrivo dei Longobardi, intorno all’anno 560, il vescovo Fiorentino riedificò totalmente l’edificio, utilizzando per quanto possibile le precedenti superstiti strutture, almeno come fondamento o base della nuova costruzione. La Cattedrale fu profondamente rinnovata nel suo assetto architettonico interno ed esterno nel XVIII secolo. Risale a questo periodo il recupero del culto di Santa Mustiola , la cui arca, trasportata dall’antica Basilica a lei dedicata, venne collocata all’ingresso dell’edificio sacro. Di notevole interesse è la tavola attribuita a Bernardino Fungai (Siena 1460 – 1516) attualmente collocata sull’altare del Sacramento, che ha per soggetto l’Adorazione del Bambino tra i Santi Secondiano e Girolamo, opera privata da un furto di entrambi i pilastri laterali e di tre delle cinque storie della predella. La Cattedrale è stata oggetto di una radicale ristrutturazione alla fine dell’Ottocento, in seguito alla quale molte delle opere che ornavano gli antichi altari barocchi sono andate disperse o sono state trafugate. La facciata porticata, il nuovo soffitto a capriate dipinte, il finto mosaico dell’abside e della parte alta della navata centrale, le finestre a vetri policromi, il pavimento a commesso marmoreo costituiscono i principali interventi realizzati in quest’occasione. Con il restauro ottocentesco si è voluto ricreare una decorazione in stile paleocristiano, riproducendo finti mosaici in stile bizantino: la decorazione dell’abside si è ispirata al modello dei mosaici paleocristiani di Roma (San Clemente, Santa Maria in Trastevere) e di Ravenna (Mausoleo di Galla Placidia). Più strettamente legata, dal punto di vista iconografico alla storia di Chiusi è la serie di “mosaici” della navata centrale, raffigurante teorie di Sante e santi Martiri sepolti nelle catacombe chiusine o legati alla vicenda storica di Santa Mustiola. |
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| La chiesa di San Francesco | ||||
L’origine
della chiesa è legata alla presenza dell’ordine francescano
sul territorio di Chiusi, che risale agli anni immediatamente successivi
alla morte di San Francesco, avvenuta nel 1226. La costruzione della chiesa
e del convento può essere ipotizzata nell’arco di tempo compreso
tra i primi decenni del 1200 ed il 1399. E’ questo un periodo di
grandi difficoltà per Chiusi, annoverata da Dante tra le “cittadi
che termine hanno” per lo spopolamento causato dagli effetti delle
vicine paludi della Valdichiana. La chiesa sorge nel punto più
alto della città, dove una tradizione, che finora non ha trovato
conferma, vuole che si trovasse un antico tempio etrusco. E’ più
verosimile invece che l’attuale edificio ne abbia inglobato uno
preesistente, di epoca longobarda, dedicato all’Arcangelo Gabriele.
Sembra che durante il XV secolo si conservasse nella chiesa il Bossolo
da cui si estraevano le cariche municipali ed in essa fu conservata anche
la reliquia del Sacro Anello della Madonna, poi trafugato e portato a
Perugia nel 1473.
Le vicende della chiesa di San Francesco trovano puntuale riscontro nel suo aspetto architettonico e nelle testimonianze storico-artistiche che sono conservate al suo interno. La semplice e spoglia struttura originale ha subito, come in moltissimi altri casi del genere, una totale trasformazione. La parte absidale è quella che conserva maggiormente lo stile gotico, con i finestroni ogivali chiusi da vetrate istoriate e con gli archi acuti, presenti sia nel coro, sia nelle cappelle laterali. L’esterno dell’edificio è quello che sembra avere subito minori alterazioni: San Francesco è una chiesa imponente, costruita interamente in mattoni, secondo il modello semplice ed austero delle chiese francescane. Il prospetto principale ha come maggiore ornamento il bel portale cui si accede dalla scalinata a doppia rampa. Anche le opere d’arte conservate all’interno della chiesa e recentemente restaurate testimoniano in parte le vicissitudini dell’edificio: un tabernacolo a muro in pietra scolpita con motivo geometrico è riferibile alla prima metà del secolo XIII, l’affresco raffigurante la Decollazione di San Giovanni Battista fu forse eseguito da Niccolò Circignani detto il Pomarancio (Pomarance ca 1530 – Città della Pieve 1597), mentre le statue di Sant’Antonio e di San Francesco risalgono alla seconda metà del XVII secolo. Di particolare interesse è il chiostro settecentesco attiguo alla chiesa. |
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