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Chiusi Sotterranea Chiese
Chiusi è considerata dalle fonti latine una delle più antiche città etrusche .
Lo storico Servio afferma che fu fondata dall’eroe Cluso, figlio del principe lidio Tirreno, che secondo Erodoto guidò la migrazione all’origine della nazione etrusca, o di Telemaco, figlio di Ulisse.
Chiusi divenne una delle principali città della dodecapoli etrusca nell’avanzato VI secolo a.C., periodo in cui si realizzarono i primi contatti con Roma. Alla fine del VI secolo a.C. risale l’impresa del lucumone chiusino Porsenna, che assediò Roma e probabilmente la conquistò.
La ricchezza di Chiusi era soprattutto legata alla fertilità del suolo di natura alluvionale ed alla sua posizione strategica lungo un’importantissima arteria commerciale: risalendo il Tevere attraverso la Chiana, che a quell’epoca era navigabile e sfociava nel Tevere, ci si immetteva nel Valdarno. Attraverso le valli dell’Astrone, dell’Orcia e dell’Ombrone Chiusi era collegata con i centri della costa, in particolare con Roselle, che alcuni studiosi considerano il suo sbocco al mare.
Nel III sec. a.C. la città fu progressivamente assorbita nell’egemonia romana. Durante il II secolo fu profondamente coinvolta nella questione sociale, che sconvolse tutta l’Etruria centro-settentrionale, partecipando in notevole misura al fenomeno della liberazione dei servi.
Dopo essere stata occupata dai Goti nel 540 d. C., Chiusi divenne sede di un ducato longobardo, documentato fino al 776.
Dall’ XI secolo il potere della città rimase saldamente nelle mani del suo vescovo, ma già nel secolo successivo dovette sottostare alle influenze prima orvietane e poi senesi.
In questo periodo avvenne il consolidamento del comune di Chiusi ed il suo inglobamento nello Stato di Siena del quale, salvo sporadiche parentesi, seguì la sorte.

Centro Storico
Ben poco si conosce della struttura della città in epoca etrusca e romana*, perché neppure i rinvenimenti più recenti, per quanto significativi, sono sufficienti a ricostruirne la fisionomia urbana: il cardo massimo doveva corrispondere all’asse costituito da via Lavinia, via Baldetti ed un tratto di via Porsenna, mentre risulta più difficile identificare il percorso del decumano massimo, che doveva collegare via Porsenna con via Nardi Dei; il foro doveva essere forse situato nell’attuale piazza XX Settembre.
Con l’occupazione longobarda (590 d. C.), la vecchia pianta della città etrusco-romana, divisa dal cardo e dal decumano in “Quartieri”, subisce una trasformazione. In questo periodo tre diverse popolazioni dovettero coabitare in qualche modo all’interno delle mura cittadine, caratterizzando così tre zone, denominate “Terzieri”: S.Maria de Clusio (zona etrusca e dei nobili), S.Angelo (zona romana e della plebe), S.Silvester de Clusio (zona longobarda e dei magistrati).
Ulteriore approfondimento
I palazzi – le mura

Palazzi

Palazzi nobiliari


Partendo da piazza del Duomo, cuore monumentale di Chiusi, ed incamminandosi per via Porsenna, l’antico decumano della città, si incontrano i seguenti palazzi:
• Al n. 74 l’ex palazzo Fanelli, oggi Baldetti, del secolo XV, sulla cui facciata affiorano archi ogivali di travertino;
• Al n.60 il palazzo Della Ciaia del secolo XVI, dalla caratteristica torre con archi gotici: appartenne alla famiglia che fu a capo della parte guelfa di Chiusi;
• Al n.56 il palazzo Nardi, oggi sede della Banca di Credito Cooperativo di Chiusi; interessante è l’arco gotico sulla porta centrale ed un frammento di un’antica iscrizione romana sull’angolo di destra.
Prendendo a sinistra per via Petrarca si possono ammirare diversi edifici, con archi gotici e portali seicenteschi, ed il vecchio palazzo vescovile, oggi palazzo dell’Arcipretura, che presenta nella facciata tracce dell’antica costruzione trecentesca.
Via Petrarca conduce alla piazzetta dell’Olivazzo, dalla quale si gode uno splendido panorama sulla valle sottostante. Scendendo per via Petrozzi si torna in via Porsenna. A sinistra:
• Al n. 48 il palazzo Turrini - Betti: interessante il portale, le finestre e le sagome in travertino; di stile cinquecentesco, fu ricostruito da Gabriele Petrozzi nel 1608, come è ricordato da un’iscrizione con lo stemma della famiglia posta sopra il cornicione; lo stemma sopra il portone, invece, è della famiglia Turrini, attuale proprietaria del palazzo.
Di fronte:
• Al n.43 il palazzo Bonci - Casuccini: costruito nel secolo XV, è stato successivamente restaurato. Sopra il portale seicentesco è lo stemma della famiglia proprietaria.
Scendendo, si incontra la piazzetta Graziano da Chiusi, al centro della quale si trova una colonna di epoca romana con capitello corinzio, alla cui sommità è stato posto lo stemma della famiglia De’ Medici.
In piazza XX Settembre o “del Comune”, dove doveva essere ubicato l’antico foro romano, si segnalano:


Palazzo Comunale:

già Palazzo dei Podestà, dei capitani di Giustizia, dei Vicari Regi e sede del tribunale. Ha subito numerosi restauri e rifacimenti fino ai giorni nostri. Sulla facciata, un antico stemma del Comune ed alcune iscrizioni recenti;

Il Palazzo delle Logge:

ex Ospedale della Fraternita di Santa Maria, uno dei più antichi “spedali” organizzati della città. Sotto il loggiato, costruito nel 1603, murata in un lato, si trova la “rota”, una specie di portale in travertino dove venivano deposti i trovatelli. In alto è lo stemma della fraternita e sotto quello della famiglia Samuelli, che la fece costruire nel 1620. Aveva funzioni, anche di distributore del latte per i bambini poveri: il latte usciva da due cannelle a forma di mammelle. Interessanti le due iscrizioni: Ad tutiora expositorum cunabula 1620 (per una più sicura culla degli esposti) e Charitatis ubera et meliora vino (mammelle della carità migliori del vino).

Le mura

Fino agli inizi del XIX sec. le vedute della città la mostrano cinta da mura poderose, poi demolite per riutilizzarne le pietre. Nella cerchia più interna si aprivano tre porte, di cui sopravvive soltanto quella settentrionale, Porta Lavinia, che dà accesso al popolare quartiere della Cimina.
La Torre di San Secondiano (XII sec.) muniva la porta orientale e all’estremità opposta della via principale, fino agli eventi bellici del giugno 1944, sorgeva la Porta di S. Pietro.
Nell’Orto Vescovile, nel corso di scavi sono stati messi in luce, a sinistra dell’ingresso ai cunicoli etruschi, i resti della cinta muraria di età romana costituiti da blocchi di travertino squadrato, una porzione di muro di cinta etrusco, anch’esso in travertino, sormontati da resti di muratura di una torre.
Altri residui di mura etrusche e di età ellenistica sono stati ritrovati in loc. Violella e a ridosso della c.d. “Fortezza sillana”, poi caposaldo del sistema difensivo medioevale.

Nei pressi della Fortezza, o Rocca, del secolo XII, oggi proprietà privata, recenti scavi hanno portato alla luce interessanti tratti della cinta muraria della città (prima metà del III secolo a.C.). I resti più cospicui sono stati individuati all’esterno della Rocca.
Della fortezza romana si è conservato solo il lato settentrionale, un muraglione alto otto metri e lungo ottanta; il resto è stato inglobato nella cinta muraria di età medievale. Questo lato della fortificazione è munito di tre torri, quelle laterali quadrangolari e quella centrale semicircolare. Tali opere di fortificazione sono databili nella prima metà del I secolo a.C.

MUSEI
Il Museo Archeologico Nazionale
Il Museo della Cattedrale
Il Museo della Cattedrale accoglie numerosi e pregevoli beni storico-artistici dell’Opera del Duomo di San Secondiano che testimoniano la presenza e la crescita della comunità cristiana di Chiusi.
L’esposizione
I sezione: si trovano in questa parte del museo, conservata nei locali adiacenti il Duomo, a piano terreno, materiali lapidei ed epigrafi provenienti dal Duomo e dalla distrutta Basilica di Santa Mustiola. Accanto ad importantissimi reperti altomedievali, tra cui spiccano il pavimento in mosaico emerso nella zona presbiteriale di San Secondiano durante gli scavi degli anni Settanta e riferibile ad un edificio risalente al periodo compreso tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, sono esposti materiali venuti alla luce nelle catacombe di Santa Mustiola e Santa Caterina (lucerne, frammenti ceramici, di vetro e calchi di epigrafi). Nella prima sala del museo sono conservati anche alcuni materiali di età imperiale romana tra cui si segnalano un’urnetta cineraria marmorea di età augustea ed alcuni frammenti di un grande sarcofago, anch’esso in marmo con scena di battaglia contro i barbari, databile tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C.
II sezione: sono in essa conservati paramenti liturgici, argenti, sculture in legno ed avorio, dipinti di epoca compresa tra il XV ed il XIX secolo con i relativi manufatti eterogenei. Spiccano tra essi due cofanetti partareliquie, databili al secolo XV, in legno ed avorio.
Ai primi del Seicento risale il reliquiario, a busto, in legno intagliato, di Sant’Ireneo, giovane diacono e martire contemporaneo di Santa Mustiola.
III sezione: è dedicata alla collezione di 21 preziosi codici miniati del XV secolo provenienti dal’Archicenobio di Monteoliveto Maggiore (Asciano – Siena), da dove furono trasferiti nel 1818 per volontà del vescovo Giuseppe Pannilini.
La copia dei volumi venne affidata al monaco olivetano Alessandro da Sesto Milanese, autore di molte delle lettere filigranate che nei manoscritti scandiscono il ritmo del testo, individuandone le parti più importanti.Alla decorazione dei codici fu chiamato, tra gli altri, uno dei più rinomati e richiesti pittori senesi, Sano di Pietro, già allievo del Sassetta.
Al termine della galleria ove sono esposti i libri di coro di Monteoliveto Maggiore, si giunge alle sale dove sono conservati i dipinti provenienti da Chiusi e dall’antica diocesi.
Non è noto se sia appartenuta all’antico arredo di una cappella della Cattedrale la pala raffigurante la Madonna col Bambino in trono tra San Giacomo e Sant’Andrea, attribuita a Girolamo di Benvenuto (Siena 1470-1524), figlio del più noto Benvenuto di Giovanni.
Riferibile ancora allo stesso autore è una piccola tavola raffigurante la Madonnna col Bambino in trono, che fu custodita nella chiesa di San Francesco a Cetona. Altro esemplare quattrocentesco di notevole qualità, proveniente anch’esso dal convento francescano di Cetona, è la Madonna col Bambino attribuita a Sano di Pietro. Tra i dipinti spicca l’unica grande scultura lignea policroma, il Crocifisso, ora visibile soltanto come Cristo in pietà, di probabile manifattura toscana tra Tre e Quattrocento, prima collocata nella chiesa parrocchiale di Macciano di patronato della famiglia Ottieri della Ciaja.
Il primo Cinquecento è rappresentato dalla tavola, attribuita alla luce di recenti studi al pittore senese Marco Bigio, della Madonna col Bambino tra Santa Mustiola e San Felice, alterata da restauri passati, proveniente forse dalla Basilica di Santa Mustiola.
Tra gli arredi sacri provenienti dal territorio diocesano, notevole è la rara e preziosa croce reliquiario (stauroteca), in rame dorato, datata 1436, arricchita da pietre dure e pergamene seicentesche sul verso, di certo riconducibile ad una bottega orafa senese, forse da riferire addirittura a Goro di Ser Neroccio (Siena 1387, post 1456).
Museo Civico – Sezione epigrafica
Allestita in suggestivi locali sotterranei di epoca etrusca, la sezione epigrafica del Museo Civico di Chiusi nasce per illustrare uno degli aspetti salienti della cultura di Chiusi etrusca.
Nel periodo compreso fra gli ultimi decenni del III secolo a.C. e l’età di Augusto le necropoli di questa città hanno restituito ben 3000 iscrizioni (fra etrusche e latine): un patrimonio che non ha paragoni in Italia e nell’intero mondo classico, neppure in città di dimensioni ben più consistenti.
Attraverso le epigrafi conosciamo i nomi di una porzione della società chiusina che si aggira fra il 5 e il 10% del totale, e che quindi permette di ricostruire una vera e propria anagrafe dei cittadini e capire la storia di numerose famiglie, seguendo così i mutamenti della loro posizione sociale e i rapporti che intrecciano fra di loro. Si tratta di uno spaccato molto vivido, che va a documentare in modo diretto gli eventi che coinvolgono un corpo civico in un momento molto delicato della storia della società dell’Italia romana, quello compreso tra la guerra annibalica e la fine della repubblica.
L’enorme estensione della produzione epigrafica chiusina viene illustrata anche visivamente dalla scelta di esporre un grande numero di oggetti iscritti: circa 500 fra urne cinerarie e tegole destinate alla chiusura delle porte delle camere funerarie o dei nicchiotti scavati nelle pareti dei corridoi d’accesso alle camere. La sfida museografica rappresentata da una esposizione di iscrizioni è stata affrontata collocando il materiale in ambienti molto suggestivi, quali quelli rappresentati dai cunicoli di origine etrusca che attraversano il sottosuolo di Chiusi. Le particolari condizioni ambientali, pur ottimali per la conservazione del materiale archeologico, in quanto assolutamente costanti nel corso dell’anno, sono però quasi proibitive per i materiali normalmente impiegati negli allestimenti museali: di qui la necessità di sperimentare soluzioni adeguate, tanto per l’apparato didattico, quanto per i sostegni dei materiali archeologici.
L’apparato illustrativo, interamente bilingue, è stato strutturato in modo piuttosto diverso rispetto alle soluzioni preferite dai criteri museografici correnti; infatti, invece di usare pannelli di formato tradizionale, si è preferito suddividere i testi di presentazione dei vari gruppi di materiali su numerosi supporti di piccole dimensioni, collocati nei punti più opportuni lungo il percorso espositivo. Ogni singolo oggetto, inoltre, è accompagnato da un cartellino di grandi dimensioni, che contiene una descrizione più completa possibile; in questo modo, il visitatore può essere compiutamente informato su qualunque elemento possa aver attratto la sua attenzione.

I materiali
L’esposizione si apre con un gruppo di iscrizioni che illustrano la fase meno nota dell’epigrafia chiusina, quella anteriore ai decenni della seconda guerra punica. Sono presenti cinque documenti (una buona campionatura, dal momento che il numero totale supera di poco la decina), tra i quali spiccano i due frammenti di un monumento trovato nella necropoli di Vigna Grande, iscritti con alfabetari (sequenze alfabetiche che, nell’Etruria settentrionale, si trovano spesso su urne, pareti di tombe, e altri contesti ugualmente funerari).
Sempre da Vigna Grande proviene il primo dei contesti presentati nell’esposizione, l’unico che è stato possibile ricostruire per intero all’interno del Museo Civico. I materiali, che vengono qui riuniti per la prima volta dopo che si era persa memoria della loro provenienza e delle associazioni fra urne e coperchi, furono rinvenuti in una tomba monumentale costruita in blocchi di travertino e coperta da una volta a botte, con una porta a due battenti formati da grandi lastre sempre di travertino. Si tratta di un tipo di tomba attestato una decina di volte nel territorio chiusino, che risale a modelli di origine macedone; come di consueto, anche quella di Vigna Grande viene esaurita rapidamente, nel corso di due o tre generazioni, e il suo impiego non è limitato alla sola famiglia patrilineare, ma si estende anche a parenti più lontani.
Altri contesti, che non si sono potuti ricostruire per intero, comprendono i materiali delle tombe a camera delle famiglie Cupsna, Tutna, Cultana, Urinate, Tite (un’altra struttura particolarmente monumentale, con porta in travertino) e altre, provenienti da tutta la Valdichiana chiusina, da Montepulciano sino a Sarteano. Attraverso il materiale è possibile avere una campionatura amplissima della produzione di urne, soprattutto in travertino, e delle loro variazioni tipologiche attraverso i secoli, sino ai primi decenni dell’età romana imperiale; fra gli esemplari più tardi se ne segnala uno, con iscrizione etrusca che ricorda un personaggio dal nome ormai romanizzato che esercitò la professione di aruspice.
Una sezione a parte è dedicata ai materiali provenienti da tombe che documentano il passaggio dall’uso epigrafico dell’etrusco a quello del latino, e che contengono deposizioni con iscrizioni in entrambe le lingue. Attraverso le sequenze genealogiche è possibile ricostruire le tappe del passaggio, che avviene in modo graduale, a partire dal momento nel quale i chiusini, divenuti cittadini romani, devono adottare il sistema onomastico romano per poter essere iscritti nelle liste delle tribù e poter esercitare i propri diritti politici. L’eccezionale consistenza numerica della documentazione, oltre a provvedere informazioni dirette di grande importanza per la comprensione di questo delicato processo – informazioni che non hanno uguale in tutta l’Italia antica – permettono di riconoscere anche la presenza di famiglie di immigrati, che adottano i costumi funerari chiusini, si legano per matrimonio alle famiglie locali e si integrano rapidamente nella compagine sociale.
Una ampia sezione del museo, che prevede anche il passaggio attraverso una cisterna romana piuttosto ben conservata, è dedicata alle tegole iscritte. In qualche caso è stato possibile ricostruire per intero alcuni contesti tombali, nel cui interno solo le tegole erano dotate di iscrizioni; si tratta del massimo livello di uniformità che raggiunge la cultura funeraria chiusina, che riunisce sotto il medesimo rituale famiglie di vario livello, da quelle della più alta aristocrazia a quelle di origine libertina (ossia discendenti di schiavi liberati).
La visita del museo si completa con quella di un breve tratto della rete di cunicoli che conserva ancora la struttura originaria del periodo etrusco, e che permette di osservare anche due grandi cisterne circolari, una delle quali etrusca, l’altra medievale o posteriore.

SITI ARCHEOLOGICI
Le necropoli
I luoghi che gli Etruschi riservarono ai loro morti occupano le colline che fanno da cintura all’attuale abitato. Qui, nelle campagne coltivate e nei boschi, nel corso dei secoli e soprattutto nell’Ottocento, furono riportate alla luce oltre un migliaio di tombe, per lo più di famiglia, a camera. Le sepolture sono scavate nella morbida pietra arenaria, la quale, se permise di riprodurvi persino le strutture lignee delle case e di dipingerne le pareti, ne ha tuttavia facilitato il degrado, per la sua scarsa consistenza, tanto da rendere opportuno limitare l’accesso ad alcuni ipogei più famosi. Le necropoli etrusche di Chiusi, si rivelano frequentate in un arco temporale che ininterrottamente va dal IX al I secolo a.C.

Tomba della Scimmia – 480-470 a. C. *(condizioni di visita)
E’ la tomba più nota della necropoli di Chiusi. Scoperto nel 1846 da A. François, l'ipogeo è costituito da un vestibolo e tre camere con bei soffitti e letti funebri. Le scene figurate sono dipinte solo nel vestibolo e nella camera di fondo. Nel fregio sono rappresentati i giochi in onore della defunta: corsa delle bighe, suonatori e personaggi con rami di palma in mano, lottatori alla presenza di un arbitro, una piccola scimmia legata ad un cespuglio (da cui deriva il nome della tomba), un lanciatore di giavellotto seguito da uno schiavo, due pugili ed un pirrichista che danza al suono del doppio flauto. Meno conservata risulta la scena della parete d’ingresso, sulla quale è raffigurata una donna (la defunta) seduta sotto un parasole che assiste ad un gioco di equilibrismo eseguito da una fanciulla con in testa un candelabro.

Tomba del Leone – 510 a.C. - età ellenistica *(condizioni di visita)
Situata accanto alla Tomba della Scimmia, quella del Leone, o del Pozzo, è costituita da un vestibolo e tre camere, di cui quella di fondo comunicante con un pozzo. Le pitture, in pessimo stato di conservazione, adornavano il vestibolo e la camera laterale destra con letti funebri. Il soffitto è ornato da una vivace policromia. Sul frontone del vestibolo si intravedono due felini e nella camera destra due figure su klinai, una trapeza con vasi ed una figura di servitore.

Tomba della Pellegrina – utilizzata dal IV al II sec. a.C. *(condizioni di visita)
La tomba, cosiddetta dall’omonima casa colonica che sorge a breve distanza, rappresenta un esempio significativo di tomba familiare di età ellenistica. Scoperta nel 1928, è costituita da un lungo dromos sul quale si aprono quattro piccoli loculi e tre camere di dimensioni differenti. Le sepolture più antiche, che risalgono al IV secolo a.C., sono rappresentate da due sarcofagi con fronte intonacata, conservati nella piccola cella sul lato destro del dromos, mentre le altre deposizioni del secolo III a.C. furono accolte nella grande camera di fondo. L’ultima sepoltura conservata nella tomba risale al II sec. a.C. ed è cosituita da un’urna di travertino sulla cui cassa si vede un fiore tra pelte con cospicui resti di policromia.

Necropoli di Poggio Gaiella – utilizzata tra la fine del VII ed il II-I sec. a.C. (visitabile – di proprietà privata)
Le tombe sono state scavate in una collina naturale riadattata artificialmente a creare un tumulo circondato da un tamburo in blocchi di travertino, testimoniato dagli scopritori del secolo scorso. Gli scavi praticati tra il 1838-1840 misero in luce un complesso imponente di tombe a camera, collegate tra loro da camminamenti, circostanza che indusse gli scavatori ottocenteschi ad identificare il monumento con la tomba del re Porsenna. (link con “Mausoleo di Porsenna”)
Attualmente è visitabile una tomba a pianta circolare con un grande pilastro centrale, cui si accedeva da un lungo dromos. Gli scavi portarono alla scoperta in questa camera di alcune sfingi in pietra fetida e ceramiche attiche di notevole qualità, oggi conservate nel Museo Archeologico di Palermo.

Tomba del Colle – 470-460 a. C. (chiusa per motivi di tutela)
La tomba conserva all’ingresso la porta a due battenti in travertino ed è costituita da due camere decorate con pitture alle pareti. Nel vestibolo sono raffigurate scene di giochi e danze. Due brevi tratti delle pitture furono staccati e si conservano oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.

Tomba della Tassinaia – II sec. a.C. (visitabile – di difficile accesso, proprietà privata).
E’ costituita da una piccola camera quadrangolare con volta a botte, scavata nell’arenaria. Le pareti sono ornate con motivi dipinti applicati direttamente sulla roccia. Sulla parete d’ingresso è raffigurato un grande scudo tra due festoni, motivo che ritorna su quello di fondo, mentre sulle due laterali, oltre i soliti ornati a festoni si trovava la raffigurazione di due defunti indicati dal proprio nome. Addossato alla parete di fondo era un sarcofago fittile recante sul coperchio una figura maschile di età avanzata che tiene nella mano il rotolo del destino.
La Tomba della Tassinaia è ricostruita nel Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.

Tomba del Granduca – II sec. a.C. ( visitabile – di proprietà privata)
Fu scoperta nel 1818 in alcuni terreni di proprietà del Granduca di Toscana. La camera funeraria, con ingresso ad E munito di una porta in pietra a due ante, è a pianta quadrangolare e volta a botte scavata nell’arenaria e rivestita in conci di travertino . Lungo le pareti corre una banchina su cui posavano otto urne cinerarie con iscrizioni.

Tomba di Vigna Grande e Tomba Galeotti – II sec. a.C. (visitabili, di proprietà privata).
La prima si trova a circa 1 Km a sud di Chiusi, mentre la seconda è ubicata in località Gragnano a 5 Km di distanza dal centro abitato.
Dello stesso tipo della Tomba del Granduca, sono state scoperte nel corso dell’Ottocento.

Tomba dell’Iscrizione

Catacombe
Posta lungo l’antica Via Cassia, nel punto d’innesto con la consolare Aureliana proveniente dall’Umbria, Chiusi venne presto a contatto con gruppi cristiani e nel III secolo era già sede episcopale. L’importanza della città per il primo affermarsi della nuova religione è confermata dalla presenza di due catacombe, le uniche della Toscana. Al loro interno sono molto numerose le sepolture ad arcosolio, chiuse da tegole ed embrici e sovrastate da una nicchia scavata nel banco sabbioso, sepolture che a Roma costituiscono in genere un segno di distinzione. Mancano del tutto le decorazioni pittoriche, ma ricco è il patrimonio epigrafico che esse hanno restituito.

La Catacomba di Santa Caterina
La catacomba di Santa Caterina, ubicata a circa 1,5 km circa dal centro antico di Clusium, verosimilmente si trovava lungo il tracciato della via Cassia, che collegava la città con il bacino del Clanis su cui doveva essere situato un porto fluviale.
Questo sepolcreto, scavato nella friabile arenaria tipica delle colline chiusine, era connesso ad una più vasta area funeraria all’aperto, già in uso nel I secolo. Il suo assetto attuale è frutto degli scavi ottocenteschi che hanno messo in comunicazione due ambienti sotterranei differenti, il più piccolo dei quali nella sua fase iniziale fu probabilmente utilizzato come tomba di una delle famiglie del luogo e solo successivamente accolse anche sepolture cristiane, rimanendo in uso fino al IV secolo
.

Il cimitero di maggiori dimensioni è costituito da un ambulacro dal quale si dipartono due gallerie e tre diramazioni secondarie con arcosoli.
Il vestibolo presenta all’entrata stipiti, architrave e soglia di travertino con un foro, in cui ruotava il cardine della porta in pietra. Gli scavi ottocenteschi hanno portato alla luce alcuni elementi architettonici, parzialmente reimpiegati nel secolo scorso nei lavori di consolidamento delle volte, e una grande urna di travertino ornata con due fasci con al centro una figura maschile togata, forse da riconoscere con un magistrato supremo di Chiusi.
Le sepolture occupano interamente le pareti delle gallerie, con arcosoli allineati e tombe chiuse da tegole. Raramente sulla parete di fondo degli arcosoli si trovano piccoli loculi per sepolture di defunti in età infantile e talvolta alcune tombe sono scavate alla base dell’arcosolio stesso, sigillate con embrici posti verticalmente.
Durante le ricerche del secolo scorso vennero trovati degli accumuli di terra, alcuni vasi fittili, piccoli unguentari e numerose lucerne riconducibili complessivamente ai tipi delle Firmalampe databili tra la seconda metà del II e il III secolo.
Le testimonianze epigrafiche della catacomba di Santa Caterina scoperte nel secolo scorso consistono in una ventina di iscrizioni, delle quali soltanto alcune sono graffite nella parete degli arcosoli. Le epigrafi recano costantemente la formula dedicatoria ai Dii Manes, testimonianza che la catacomba fu cimitero di pagani e di cristiani insieme. Sicuramente cristiane sono le epigrafi che riportano l’indicazione della depositio e della data di morte del defunto. Tre iscrizioni menzionano la eminente famiglia chiusina dei Gellii, di cui sono noti i legami parenterali con l’altra importante gens dei Fonteii, la quale ebbe la tromba familiare proprio a Santa Caterina.
La catacomba di Santa Mustiola
Nel pieno III secolo cominciò ad essere utilizzata la catacomba di Santa Mustiola, molto più vasta rispetto ai due cimiteri ipogei di Santa Caterina e pertinente ad una comunità ormai pienamente cristiana, come testimoniano le iscrizioni recanti la formula B(onae) M(emoriae), ormai subentrata al Diis Manibus di Santa Caterina.
La catacomba, rimasta occultata per secoli, venne casualmente alla luce nel Seicento e rimase incustodita per circa duecento anni, nel corso dei quali si verificarono spoliazioni di lapidi e di lucerne, nonché atti vandalici di vario genere.
La figura di Mustiola, sulla cui storicità non sembra che esistano dubbi, probabilmente fu martirizzata durante la cruenta persecuzione di Valeriano del 257-258, durante la quale furono attuati provvedimenti contro l’aristocrazia cristiana a cui apparteneva la Santa. Le indicazioni relative al luogo di sepoltura della martire sono piuttosto generiche. Secondo una tradizione locale, le spoglie di Mustiola sarebbero state deposte nella catacomba e solo successivamente traslate nella basilica soprastante. Questa ipotesi è comunque tutta da verificare: nessuna evidenza di sepolcro venerato infatti conferma una primitiva inumazione di Mustiola nelle gallerie cimiteriali; la tradizionale identificazione della sua tomba con un sepolcro a baldacchino si basa unicamente su una certa monumentalità di questa struttura.
Basilica di Santa Mustiola
Il monumento più importante della Chiusi longobarda fu senza dubbio la basilica di Santa Mustiola, completamente distrutta nel 1784, al tempo del vescovo Pannilini.
Recentemente l’area dove sorgeva la basilica, di cui non restano che pochissime tracce, è stata oggetto di scavi archeologici condotti dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
Sorta extra moenia, sopra l’omonima catacomba cristiana, probabilmente fu edificata nel corso del V secolo, quando il cimitero sottostante veniva abbandonato come luogo di sepoltura. Fu totalmente riedificata nell’VIII secolo, come testimoniano alcune lapidi iscritte, che esaltano l’impresa del dux longobardo Gregorio, committente dell’opera edilizia avviata tra il 728 e il 729.
La basilica doveva essere divisa in tre navate, ridotte ad una nel XVII secolo. I lavori, affidati ad artigiani locali dal dux Gregorio, portarono alla realizzazione di un ciborio in marmo, in sostituzione del precedente altare in legno. La tomba di Santa Mustiola doveva essere collocata dietro l’altare maggiore, come si rileva dal verbale di riesumazione avvenuta nel 1474.
La presenza a Chiusi di due edifici di pari importanza, quali il Duomo di San Secondiano e la Chiesa di Santa Mustiola, ubicati all’interno ed all’esterno delle mura, può far supporre una diversificazione della destinazione: l’una chiesa cattolico-romana, l’altra per i cristiani di confessione ariana.
Alcuni materiali lapidei Museo della Cattedrale ed in San Secondiano contribuiscono a gettare luce sulle vicende della basilica e le poche notizie relative alla sua struttura si possono ricavare da fonti iconografiche: una stampa del XVII secolo e un ex-voto dipinto su tela del 1644 mostrano una chiesa suburbana molto semplice, affiancata a destra da un alto campanile, mentre da una veduta di Chiusi del Ruggeri (metà XVIII) è possibile avere una vaga idea dell’impianto architettonico della chiesa, alcuni decenni prima della sua totale demolizione.
Come tutti gli spazi funerari dell’antichità, era situata fuori dell’area urbana, lungo una strada che scendeva a valle per proseguire poi verso Perugia. Scavata alle pendici di una collina, a circa un miglio dal centro urbano, attualmente la catacomba è accessibile da una scalinata che conduce ad un duplice ingresso: il primo aperto durante gli scavi seicenteschi e monumentalizzato da un’esedra nel secolo scorso, il secondo, l’ingresso antico, preceduto da una scala che ha sostituito l’originale dromos.
Il settore più antico della catacomba, presso l’ingresso originario, è stato fortemente manomesso dalla costruzione di una basilichetta. Si può ipotizzare l’esistenza di un primitivo vestibolo d’ingresso, simile a quello dell’ipogeo di Santa Caterina, anche se la possibilità di un ambiente preesistente al cimitero cristiano è ancora da verificare. Le tombe sono in prevalenza arcosoli, contrariamente alla consueta preponderanza di loculi che costituiscono il tipo di sepoltura più frequente nelle catacombe. Della suppellettile rinvenuta nella catacomba sono conservati attualmente presso il Museo della Cattedrale frammenti di recipienti in ceramica e vetro. La totale assenza di decorazioni pittoriche o scultoree e l’uniformità dei sepolcri sembra rimandare ad un ambiente soiciale omogeneo. Sul fondo della basilichetta è visibile una cattedra in muratura, frutto di pesanti rimaneggiamenti moderni che rendono difficoltosa la ricostruzione della struttura originaria. Di fronte alla cattedra è situato un altare, la cui mensa, moderna, è sorretta dal cippo sepolcrale di M. Iuventius Dionysius. Molto ricco il materiale epigrafico, consistente in una quarantina di testi, fra iscrizioni lapidarie ed epigrafi graffite direttamente sulla roccia presso gli arcosoli, generalmente sul bordo esterno della nicchia di coronamento; queste ultime presentano formulari estremamente semplici ed una grafia irregolare, con lettere atipiche e disarticolate, denotando una committenza di livello sociale più modesto. La stessa impressione si rileva dai caratteri dell’onomastica: in queste epigrafi prevale il solo cognomen, rispetto ai duo nomina che ricorrono nelle iscrizioni su marmo. Generalmente i formulari attestati nelle iscrizioni graffite, quasi sempre brevi, registrano semplicemente il nome del defunto accompagnato dalle espressioni depositio, depossio, d, deposita est, positus est… e talvolta dalla data di deposizione. Più articolate le epigrafi incise su lastre di marmo, quasi sempre di piccole dimensioni, in cui si menziona il nome del defunto, quello del dedicante, gli anni di vita vissuti, la data di morte, oltre alle consuete espressioni di affetto. Ben poco si può ricavare delle componenti sociali del cimitero dai dati epigrafici, se si eccettuano alcuni riferimenti ad esponenti del clero. All’anno 322 risale con certezza la lastra funeraria del vescovo L.Petronius Dexter.
CHIUSI SOTTERRANEA
Il sottosuolo del centro storico è attraversato da una fitta rete di cunicoli etruschi, collegati con antichi pozzi e cisterne e spesso riadattati, nel corso dei secoli, a magazzini e cantine dei palazzi soprastanti. La funzione originaria di questo reticolo di gallerie, presenti anche in altre città di origine etrusca, era probabilmente quella di garantire il drenaggio e l’approvvigionamento idrico dell’abitato.
A Chiusi la visita a questo complesso sistema sotterraneo offre anche le suggestioni legate alla leggenda di Porsenna *, che la tradizione vuole “sub urbe Clusio”.
La leggenda del Mausoleo di Porsenna
La descrizione del mausoleo del re chiusino Porsenna ci è stata tramandata da Plinio sulla base di una testimonianza indiretta di Varrone: il monumento era costituito da una base parallelepipeda in muratura di novanta metri di lato, entro la quale era realizzato un labirinto inestricabile. Sopra di esso si trovavano cinque piramidi, una al centro e quattro agli angoli, sulla cui sommità erano applicata quattro cornici a tesa di bronzo da cui pendevano delle campane, appese a catene, che suonavano col vento. Su ciascuna delle cornici erano costruite altre quattro piramidi, che sostenevano a loro volta una piattaforma con altre cinque piramidi. Il mausoleo di Porsenna attirò l’attenzione degli studiosi fin dal XV secolo e nel secolo scorso si è creduto di individuarlo nei cunicoli presenti nel sottosuolo della città. Un altro monumento identificato con il sepolcro del re chiusino è il tumulo di Poggio Gaiella, le cui tombe sono collegate tra di loro da una serie di cunicoli. L’interesse per la sepoltura di Porsenna non è scemato con i secoli e tuttora è oggetto di ripetute segnalazioni da parte di studiosi ed appassionati di storia locale.
“Labirinto di Porsenna” e la cisterna etrusco-romana
Al Museo della Cattedrale è stato annesso il percorso archeologico dei cunicoli sotterranei etruschi che sono stati oggetto di restauro, rinforzi e pulizia, interventi diretti a renderli fruibili ai visitatori nel rispetto della loro struttura originaria.
Dall’area archeologica dell’Orto Vescovile, dove si trovano importanti resti di mura cittadine, il percorso museale prosegue attraverso uno dei “pozzi”, in quello che si pensava fosse il mitico “labirinto di Porsenna”, che, secondo la leggenda aveva al centro la tomba del Lucumone.
Questo cunicolo, che si snoda per 150 metri a 10 metri di profondità, fa parte di un fitto intersecarsi di gallerie che attraversano il sottosuolo chiusino, scavate a livelli diversi nella collina di tufo arenario e tischio e collegate con la quota dell’insediamento urbano mediante pozzi di luce e cisterne a bottiglia, che probabilmente servivano allo smaltimento, drenaggio e approvvigionamento dell’acqua.
Il percorso del cunicolo raggiunge una cisterna etrusco-romana a pianta circolare, di diametro di oltre sei metri e di altezza di circa otto metri, con doppia volta a botte in blocchi di travertino, sostenuta da un pilastro centrale rettangolare dello stesso materiale, ascrivibile al I secolo a. C. La cisterna, posta sotto la piazza della Cattedrale, quasi in asse con la torre campanaria, era adibita alla raccolta delle acque.
Il percorso museale continua poi all’interno della torre campanaria, costruita nel XII secolo con materiale recuperato da edifici etruschi ed altomedievali, originariamente destinato a struttura difensiva della città e poi trasformato in torre campanaria mediante la costruzione della cella in laterizi ed angolate in pietra nel 1585.
I cunicoli del “Laghetto” di Fontebranda”
Negli ultimi anni il “labirinto” dei cunicoli sotterranei è stato oggetto di ulteriori scavi e lavori di ripulitura, che hanno permesso di arricchire l’itinerario con un nuovo percorso, all’interno del quale è stata allestita la sezione epigrafica ( link) del museo civico.
Da questo segmento della rete dei sotterranei è visibile un ‘laghetto’ posto alla profondità di 28 metri sotto il piano stradale.
Tale bacino idrico, profondo circa 5 metri e capace di raccogliere oltre 2000 metri cubi di freschissima acqua, in origine era usato come cisterna e per lo stesso scopo fu sfruttato in epoca romana.
LE CHIESE
La Cattedrale di San Secondiano
La Cattedrale di San Secondiano è collocata su un’area dove, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, sorgeva una grande basilica cristiana, gravemente danneggiata nel corso della guerra goto-bizantina del VI secolo.
Nel breve periodo di tranquillità che precedette l’arrivo dei Longobardi, intorno all’anno 560, il vescovo Fiorentino riedificò totalmente l’edificio, utilizzando per quanto possibile le precedenti superstiti strutture, almeno come fondamento o base della nuova costruzione.
La Cattedrale fu profondamente rinnovata nel suo assetto architettonico interno ed esterno nel XVIII secolo. Risale a questo periodo il recupero del culto di Santa Mustiola , la cui arca, trasportata dall’antica Basilica a lei dedicata, venne collocata all’ingresso dell’edificio sacro.
Di notevole interesse è la tavola attribuita a Bernardino Fungai (Siena 1460 – 1516) attualmente collocata sull’altare del Sacramento, che ha per soggetto l’Adorazione del Bambino tra i Santi Secondiano e Girolamo, opera privata da un furto di entrambi i pilastri laterali e di tre delle cinque storie della predella.
La Cattedrale è stata oggetto di una radicale ristrutturazione alla fine dell’Ottocento, in seguito alla quale molte delle opere che ornavano gli antichi altari barocchi sono andate disperse o sono state trafugate. La facciata porticata, il nuovo soffitto a capriate dipinte, il finto mosaico dell’abside e della parte alta della navata centrale, le finestre a vetri policromi, il pavimento a commesso marmoreo costituiscono i principali interventi realizzati in quest’occasione. Con il restauro ottocentesco si è voluto ricreare una decorazione in stile paleocristiano, riproducendo finti mosaici in stile bizantino: la decorazione dell’abside si è ispirata al modello dei mosaici paleocristiani di Roma (San Clemente, Santa Maria in Trastevere) e di Ravenna (Mausoleo di Galla Placidia). Più strettamente legata, dal punto di vista iconografico alla storia di Chiusi è la serie di “mosaici” della navata centrale, raffigurante teorie di Sante e santi Martiri sepolti nelle catacombe chiusine o legati alla vicenda storica di Santa Mustiola.
La chiesa di San Francesco
L’origine della chiesa è legata alla presenza dell’ordine francescano sul territorio di Chiusi, che risale agli anni immediatamente successivi alla morte di San Francesco, avvenuta nel 1226. La costruzione della chiesa e del convento può essere ipotizzata nell’arco di tempo compreso tra i primi decenni del 1200 ed il 1399. E’ questo un periodo di grandi difficoltà per Chiusi, annoverata da Dante tra le “cittadi che termine hanno” per lo spopolamento causato dagli effetti delle vicine paludi della Valdichiana. La chiesa sorge nel punto più alto della città, dove una tradizione, che finora non ha trovato conferma, vuole che si trovasse un antico tempio etrusco. E’ più verosimile invece che l’attuale edificio ne abbia inglobato uno preesistente, di epoca longobarda, dedicato all’Arcangelo Gabriele. Sembra che durante il XV secolo si conservasse nella chiesa il Bossolo da cui si estraevano le cariche municipali ed in essa fu conservata anche la reliquia del Sacro Anello della Madonna, poi trafugato e portato a Perugia nel 1473.
Le vicende della chiesa di San Francesco trovano puntuale riscontro nel suo aspetto architettonico e nelle testimonianze storico-artistiche che sono conservate al suo interno. La semplice e spoglia struttura originale ha subito, come in moltissimi altri casi del genere, una totale trasformazione. La parte absidale è quella che conserva maggiormente lo stile gotico, con i finestroni ogivali chiusi da vetrate istoriate e con gli archi acuti, presenti sia nel coro, sia nelle cappelle laterali.
L’esterno dell’edificio è quello che sembra avere subito minori alterazioni: San Francesco è una chiesa imponente, costruita interamente in mattoni, secondo il modello semplice ed austero delle chiese francescane. Il prospetto principale ha come maggiore ornamento il bel portale cui si accede dalla scalinata a doppia rampa.
Anche le opere d’arte conservate all’interno della chiesa e recentemente restaurate testimoniano in parte le vicissitudini dell’edificio: un tabernacolo a muro in pietra scolpita con motivo geometrico è riferibile alla prima metà del secolo XIII, l’affresco raffigurante la Decollazione di San Giovanni Battista fu forse eseguito da Niccolò Circignani detto il Pomarancio (Pomarance ca 1530 – Città della Pieve 1597), mentre
le statue di Sant’Antonio e di San Francesco risalgono alla seconda metà del XVII secolo.

Di particolare interesse è il chiostro settecentesco attiguo alla chiesa.